editoriali

Cartografie dello sguardo

photo_2016-06-14_17-52-52Un programma denso e a prima vista inestricabile annuncia l’avvio imminente di una Biennale Danza 2016 che prima di tutto sarà “danza diffusa”. In dialogo costante, i percorsi della sezione College si intrecceranno con gli spettacoli internazionali in programma dal 17 al 26 giugno.
Nell’alternarsi interno/esterno di campi, palazzi, calli e teatri, quello del direttore Virgilio Sieni è un progetto artistico di articolazione di corpi e spazi nel quale la danza non è mai decorazione, ma innesto di tessuti coreografici sulla complessa geografia veneziana.

Nel mettere alla prova i coreografi con proposte che donano alle forme sinuose della città un ruolo primario, Sieni offre allo sguardo il compito e l’opportunità di posarsi sui corpi dei danzatori come su spazi aperti. Seguendo il pensiero di Agamben, che proprio al concetto di “aperto” ha dedicato uno saggio (Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, 2002), i corpi non sono più deputati all’espressione dell’unione armonica di anima e corpo, ma a quella della loro separazione, d’accordo con la dimensione pratica e politica della danza.

Nonostante l’insolito meteo variabile di questo mese di giugno, La Biennale Danza 2016 disegna una Venezia più terrestre che acquatica. Nel suo accadere “su terra”, il gesto non è segno di un’archeologia corporea da riportare alla luce, ma un atto di trasmissione in corso d’opera. In questo modo sono chiamati alle danze tanto i professionisti quanto i cittadini veneziani, i numerosi amatori che animano molti dei progetti di questi ultimi quattro anni di direzione del coreografo fiorentino.

Se provassimo a proiettare sulla carta il programma di Biennale Danza dovremmo confrontarci, come meticolosi geografi, con la difficoltà di spazializzare su due dimensioni qualcosa che per sua natura è sferico e tridimensionale: i corpi, i luoghi e le loro danze. In questo senso, l’osservazione di una mappa è l’osservazione grafica del rapporto tra qualcosa di emerso e qualcosa di invisibile che, grazie alla sua assenza, genera un nuovo spazio, tracciabile proprio in virtù del suo non-essere definito.

Di quali occhi avremo bisogno per attraversare Biennale Danza 2016? A pochi giorni dall’apertura, la nostra redazione ha avuto l’opportunità di incontrare Stefano Tomassini, curatore del catalogo del festival (oggi editorialmente uniformato ai cataloghi delle altre sezioni della Biennale), che ci ha aiutati a capire quale sguardo dobbiamo allenare per addentrarci al meglio tra le pieghe del programma.

Il compito della riflessione critica – suggerisce Tomassini – sarà quello di andare alla ricerca delle domande più giuste, quelle capaci di svelare uno o tutti i possibili arcani della complessità di un corpo in movimento. Una via privilegiata d’accesso sarà allora la descrizione formale, quella critica che secondo Susan Sontag in Contro l’interpretazione (Susan Sontag, Contro l’interpretazione, Mondadori, 1998, trad. Ettore Capriolo) è capace di dissolvere le considerazioni sul contenuto in quelle sulla forma. Tanto allo spettatore profano quanto a chi scrive, si offre la possibilità di esercitare – di più – i sensi: vedere di più, sentire di più, percepire di più.

 

Gaia Clotilde Chernetich

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