approfondimenti/presentazioni

Artisti non additivi ma riverberanti, da un incontro con Enrico Bettinello

Ricomporre frammenti di arte già presenti in natura e nella natura dell’uomo, bagliori di esperienze e capacità che differiscono in ognuno di noi e si riflettono in modi ogni volta diversi. Tradurre tutto questo in un dialogo, in uno scambio di pensieri ed energie che inevitabilmente origina una nuova sfumatura del reale.

Questo hanno fatto il coreografo Daniele Ninarello e il compositore e sassofonista Dan Kinzelman, guidati dalla ferma volontà di un uomo, Enrico Bettinello, che della sperimentazione, dell’eterogeneità artistica e dell’evoluzione continua ha fatto i capisaldi della propria azione.
Bettinello è giornalista e critico musicale, operatore e ricercatore culturale, uno dei due direttori di quell’esperienza di ricerca e sperimentazione purtroppo soppressa che era Teatro Fondamenta Nuove. È un uomo che sa trasmettere il proprio sapere senza esibirlo, mettendolo al servizio di ciò in cui crede. E fortunatamente crediamo nelle stesse cose: nella musica, nel jazz, nelle arti performative. Nelle infinite possibilità dell’uomo, e proprio per questo oggi cura numerosi percorsi di affiancamento agli artisti nella costruzione e connessione di esperienze artistiche interdisciplinari.

Daniele Ninarello - TANZtENDENZ by BIRKENHOLZ_a

Daniele Ninarello – TANZtENDENZ by BIRKENHOLZ

Kudoku, opera prima del duo Ninarello-Kinzelman, è per questo emblematica: nata dalla volontà di un singolo, è diventata esperienza paritetica di un binomio creativo per poi farsi esperienza collettiva nella sua esecuzione alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia in occasione di Biennale Danza 2016.
Il binomio musica e coreografia non è una novità, e non vuole neppure pretendere di esserlo. In verità, quasi nulla ormai può essere più definito come creazione originaria o innovazione suprema. Quello che cambia e deve sempre cambiare è invece l’approccio, la direzione di uno sguardo sempre più avvolgente e sempre meno autoreferenziale. La monogamia culturale oggi rappresenta un limite, sia qualitativo che quantitativo. La perdita di parte della nostra sovranità intellettuale non può più essere vista come un’umiliazione bensì come un’ulteriore possibilità dell’arte di entrare nella vita. È uno spostarsi. Spostarsi verso l’altro, che in particolare per il musicista jazz è una modalità di lavoro inconsueta. Spostarsi verso gli altri, in una creazione che collettivamente nasce e collettivamente deve essere assaporata.
La «ricerca quasi bulimica di una stratificazione complessa» nel mondo artistico non sempre sorge e cresce in una direzione di accessibilità e comprensione universale. Sono errori dell’artista lo scisma dallo spettatore, la caduta precipitosa nell’Io dominante, la scelta di bastare a se stessi in quanto tali. La necessità primaria dovrebbe essere quella di costruirsi intorno un pubblico, che vibra ed è parte attiva e creativa della performance.
L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentarle con novità, diceva Ugo Foscolo, che nel veneziano Campo de le Gate trascorse l’adolescenza.

L’Arte ha dunque il compito di farsi strumento di raccordo, bagaglio di immaginario simbolico, sguardo narrativo e narrante. Ai coreografi, ai compositori, agli interpreti va l’arduo compito di di rimbalzarci tra i loro pensieri e le loro emozioni, di scavalcare le barriere tra di loro e con noi per rapirci ed estasiarci.

Perché Earth without Art is just Eh. E un popolo di Eh non sarà mai in grado di rilanciarsi, di ridare fiducia a una cultura sfiancata, a generazioni cascanti sotto il peso delle rughe, a generazioni future che si rassegnano al presente.
Vogliamo un popolo riverberante di vita, un’orda coraggiosa di creatività nomade, una mareggiata di intrecci prospettici che spalancano occhi, anima e cuore, e che ritirandosi lascia granelli di passioni, pensieri e umide emozioni.

Giulia Zanichelli

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