approfondimenti

Caro Professor Brodskij

GAIA

Venezia, 13 Giugno 2016

Caro Professor Brodskij,

protetta tra le mura possenti dell’Arsenale, rileggo le pagine del suo Fondamenta degli incurabili e ripercorro, insieme alla descrizione del suo arrivo a Venezia, il mio di qualche sera fa.
1989-2016. Ne sono passati un bel po’ di anni! Eppure, le assicuro, Venezia è ancora qui, apparentemente immobile nel suo inesorabile sprofondare, isola immersa in quel liquido amniotico che per la città è allo stesso tempo fortuna, medicina e veleno. Siamo tanti a desiderare Venezia, a volerla fare nostra, e lei sembra lasciarsi fare, bellissima e indolente, dalla moltitudine famelica di meraviglia che noi tutti siamo non appena arriviamo qui.
Ho raggiunto la nostra amata città lagunare la sera tardi, punta immediatamente nelle narici dall’odore acre dei treni in sosta misto a quello della coltre di umidità che immediatamente avvolge ogni corpo che si posa su queste palafitte.
Ogni volta che il treno si spinge verso la stazione S. Lucia, con le carrozze che per quasi 4 km sembrano volare sull’acqua, non posso non pensare a un viaggio verso la fine del mondo e immediatamente dopo all’ironia del nome del ponte che a Venezia ha tolto il privilegio di non appartenere a questa Terra: Ponte della Libertà.
Ieri, mentre passavo davanti alla basilica di San Marco, un’ombra ha improvvisamente coperto la punta delle mie scarpe: era una nave, enorme, metallica. Se i merletti di marmo di Palazzo Ducale sembravano non temere nulla, forse è perché la loro – in questa città dominata dalle visioni – è una bellezza priva di occhi. Mi sono dovuta fermare, l’aria vibrava del suono grave dei motori dell’imbarcazione troppo vicina. Venezia trema, trema come tremano gli alberi quando qualcuno si avvicina per tagliarli. Lo hanno da poco scoperto alcuni scienziati, sa?
Non è un caso, forse, se mi soffermo su questi aspetti architettonici della città – i marmi, il ponte… – proprio in questi giorni in cui Biennale Architettura e Biennale Danza stanno per iniziare a condividere spazi e calendario. Io e tutta la redazione di “La danza nella città” siamo qui, chiamati a raccontare le storie di quei corpi che tra poche ore danzeranno muovendosi in questi spazi così preziosi. E saranno preziosi entrambi, i danzatori e le architetture che li circonderanno.
Mi chiedo in quale forma ancora si scioglierà la danza, in questa città che sembrerebbe trovarsi oltre la fine del mondo, sospesa su quell’acqua alla quale appartiene e dalla quale continuamente si sottrae.
Questi ultimi anni ci hanno insegnato molto del modo in cui la danza e Venezia possono dialogare: è un dialogo di vasi comunicanti fatto di echi, di risonanze, di pelle porosa come quella dei muri disegnati dalle implacabili macchie d’umidità. C’è un profondo senso di corrispondenza tra esterno e interno da osservare, e noi che scriviamo siamo qui anche per questo.
C’è un passo, nelle pagine del suo libro, in cui scrive del rapporto tra stile e sostanza, tra bellezza e intelligenza. «[…] eravamo ragazzi con la testa piena di libri, e a una certa età chi crede nella letteratura pensa che tutti condividano o debbano condividere le sue idee e i suoi gusti». Credo che queste sue parole ci dicano molto del modo in cui guarderemo alla danza, con questo desiderio di smentire l’idea che la bellezza possa essere una merce come un’altra, un oggetto che è possibile comprare. Seguendo le sue tracce, cercherò di rendere conto della grande complessità di questa esperienza che chiede a uno sguardo personale e soggettivo – il mio – non di farsi oggettivo, ma il più possibile condiviso.

Mi accompagneranno in questi giorni le ultime parole del suo libro: «Toccando l’acqua questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento».

Arrivederci dalla sua incurabile,
Gaia Clotilde Chernetich

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La tomba di Brodskij al cimitero di Venezia, Isola di San Michele, ph Castorp

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