approfondimenti

Cinquanta sfumature di suono. Dopo il primo weekend di Biennale Danza

Si è chiuso il primo fine settimana di Biennale Danza in una Venezia volteggiante sull’acqua. Giorni intensi e vivi, all’insegna della danza e delle sue svariate declinazioni, ma non solo.
Non solo, perché la danza è senza dubbio il cuore pulsante di questa manifestazione che riunisce amanti, amatori e professionisti sotto lo stesso cielo coperto di gabbiani, ma non è l’unica.
C’è qualcos’altro che, in questo festival così come a livello generale, acquisisce un ruolo sempre più determinante e determinato nella visione dei coreografi: la musica.
Il suono da sempre è stato affiancato alla gestualità dei danzatori, ma proprio come loro è in continua evoluzione e cambiamento di prospettiva e di direzione. Proprio come loro, ora non fa più da cornice a una storia principalmente verbale, ma si declina in sfaccettature emozionali, sensoriali e comunicative sempre più variegate e differenziate da artista ad artista.

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Kudoku ph Trombetti

La musica si fa collante di dinamiche sonore corporee per My Walking Is My Dancing di Sandy Williams, si trasforma in un potenziamento e un sostegno del silenzio che la avvolge.
Si esplicita invece come eco di un concetto primordiale, quasi guerriero e metodicamente inquietante per Claudia Castellucci, in un crescendo di bassi ribaditi e amplificati che riportano il pensiero alla sua radice, al suo seme, Verso la specie.
Poi si erge a immagine onirica ed evocativa di un kafkiano Der Bau dove segue lo scuotersi leggero e il turbinare contorto di Isabelle Schad, avvolta nella tana di teli del suo teatro danzato.

E ancora muove l’anima interiore ne La Procession, La Traversée e Sur le fil di Nacera Belaza: sprona i ballerini a tramutarsi in cerchi, esalazioni, in un infinito volteggiare di corpi trasportati da un primitivo spirito della danza.
Un sound fortemente manipolato, ricco di intarsi vocali ed elettronici sostiene e supporta la creazione di Emanuel Gat, sia nel laboratoriale Venice che nel suo SUNNY. Si intreccia ai movimenti fluidi, ampi e ripercorsi dei danzatori, ma non solo: li sfida, li contrasta, li stimola.

Questo profondo sodalizio creativo si fa totalizzante in Kudoku di Daniele Ninarello e Dan Kinzelman. Qui cade ogni distinzione di arte, la danza si fonde e penetra in una musica che se ne fa trasposizione sonora, infiltrandosi nell’animo dello spettatore fino a riempirlo di suono e movimento. È la compiutezza di una relazione, sono le nozze d’oro di un matrimonio che da tempo viene citato ma raramente valorizzato nella sua interezza.

Come già diceva Adriano Cecioni nel parlare del proprio movimento artistico, quello dei Macchiaioli, gli artisti della Biennale Danza si fanno oggi esperti «nel rendere le impressioni che ricevevano dal vero col mezzo di macchie di colori di chiari e di scuri».
E non importa che siano macchie di gesti, di luci o di cromatismi, l’importante è arricchire di sfumature l’esistente e maturare nel farlo.

Giulia Zanichelli

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