interviste

Conoscere e rinnovare. Camilla Monga

Abbiamo chiesto a Camilla Monga, giovane coreografa ospite di Biennale Danza 2016 con il suo 13 Objects, di dirci cosa ne pensa della struttura del sistema della danza in Italia.

ph Davis

ph Davis

Come funziona secondo te il sistema della danza in Italia, per quanto riguarda sia la produzione che la circuitazione?

Non conosco moltissimo il funzionamento del sistema italiano in realtà. Ho fatto la maggior parte del mio percorso all’estero all’interno della P.A.R.T.S. Academy di Bruxelles. In Italia ci sono alcuni coreografi che offrono i loro spazi per residenze, allo scopo di incentivare giovani coreografi come me a proporre i loro lavori, però quello che noto è che si lavora un po’ sempre al buio. Mi sembra infatti che quando vengono presentati dei lavori poi si corre il rischio che restino lì, che non abbiano un punto di uscita e circuitazione.

E per quanto riguarda invece gli spettatori della danza? Credi che debbano essere maggiormente stimolati, cercati, formati?

La formazione è indispensabile, non solo per il pubblico ma anche per gli stessi danzatori e coreografi. Penso che in Italia manchi un luogo di archiviazione, che aiuti gli artisti a capire cosa c’è stato nel passato. Non è tanto fondamentale fare una scuola o un’accademia, anche se ben venga la possibilità e la fortuna di frequentarne una. Serve conoscere. Ad esempio, in città come Bruxelles ci sono centri accessibili a tutti dove ciascuno può documentarsi, per poi pensare a realizzare qualcosa di nuovo, qualcosa mai fatto prima o comunque riproporre una forma diversa. A Bruxelles ci sono molti teatri che programmano danza, che le riservano un’attenzione particolare. È come una calamita anche per altre discipline, è diventata un punto di incontro e di stimolo ad esempio per filosofi e teorici che non fanno sempre parte della comunità belga ma che provengono da tutto il mondo, una sorta di Mecca per il linguaggio contemporaneo della danza.

Cosa credi che sia necessario cambiare nel sistema della danza in Italia?

Secondo me in Italia le risorse umane e le possibilità di fare cose buone ci sono. Il fatto poi che adesso molti ragazzi abbiano l’occasione di viaggiare e vedere molti spettacoli all’estero fa cambiare e crescere la nostra sensibilità e spesso mi ritrovo ad avere più conoscenze io che un direttore artistico o un critico che restano sempre in Italia a guardare con nostalgia i lavori di Pina Bausch. Dovremmo pensare a un cambiamento partendo dal basso, magari trovando un aiuto da parte delle istituzioni. In Belgio Anne Teresa De Keersmaeker è sì la coreografa più famosa a livello internazionale, ma è anche riuscita a creare una comunità indipendente. Attorno a lei ad esempio è cresciuto un centro di formazione, dove Anne Teresa ha esplicitamente deciso di non insegnare: riunisce varie filosofie della danza, da quelle più concettuali di Xavier Le Roy alla riproposizione del repertorio di Trisha Brown. Si passa quindi da un estremo all’altro, ma questo è un bene perché credo sia sbagliato focalizzarsi solo su un pensiero o su una scuola, non devono esserci regole fisse. Si deve avere un sguardo ampio per poi rischiare un po’ e provare a costruire qualcosa di nuovo.

Giulia Zanichelli

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