approfondimenti

Lettera al torcicollo

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Caro Torcicollo,

oggi pomeriggio mentre assistevo con la mia collega  alle prove di Hugonnet, mi dolevi. C’era l’ aria condizionata e ti sentivo di più.
A terra quei bei corpi si spalmavano e gustavano a occhi chiusi movimenti molto lenti. Anche troppo lenti per una persona che guarda su una sedia. Quei momenti in cui devi stare lì ma hai voglia di un tramezzino. Come quando veniva da ridere in chiesa durante la comunione.

Esaminavano ogni movimento con l’attenzione di un disinnescatore di bombe. E mi trovo a farli anche io involontariamente. Come quando guardi un bacio alla tv e ti ritrovi con la bocca socchiusa. E mi è venuto da ridere. Con quella risata propria dei posti in cui non puoi ridere.

Hugonnet diceva che il corpo comunica. Io non ridevo più. Pensavo a cosa volevi comunicarmi. Che se fosse stata biunivoca quella comunicazione, caro il mio collo, te ne avrei dette anche io quattro.
A terra muovono i piedi e la testa, e sembra che provino piacere.
Esploro con piccoli movimenti anche io. C’è silenzio in sala. La Gaia sta facendo un bel disegno, e le gambe mi si stanno addormentando. Non potrei sentire l’impotenza di attuare un gesto a causa di un dolore, perché la volontà che ho in quel momento è del corpo, è tua. E evidentemente non vuoi farla quella torsione.

Lo esploro. I limiti del mio movimento, del dolore. Mi sento già un po’ ballerino. Quei limiti iniziano a creare una voce. Non quella del corpo in buona forma, ma una caratterizzata e scolpita. Una voce nuova. La ascolto, la dilato.
Penso al rispetto. Che in fondo in fondo forse è solo ascolto. Che in fondo è solo sapere stare zitti, quindi il silenzio e l’ascolto.

Con una certa cautela nel non fare rumore camminando, la mia caviglia crocchia. L’aria condizionata irrigidisce il collo e ti sento forte.
Il peso della tracolla della macchina fotografica. La forma della sedia mi mette a disagio. Le gambe si incrociano male e devo sempre alternarle. Provo piacere quando respiro a fondo riempendo i polmoni e sento dentro piccoli scrocchi. Forse è il disagio l’origine del movimento. Se stessi comodo non avrei più motivo di cercare una posizione migliore. E sarebbe finita lì la mia ricerca di una posizione. La ricerca della comodità. Del piacere. Come le posizioni del sonno. Chissà quante posizioni provo mentre dormo. La mia ricerca della comodità non si ferma neanche nel sonno. E magari è proprio lì che raggiunge un’unità di ricerca.

La lezione finisce e andiamo in redazione camminando veloci. In salita le punte in discesa i tacchi, come dice Sieni nell’intervista in apertura di festival. Ho un po’ di caldo ma non mi dà neanche tanto fastidio. Sono in buona compagnia e ne provo piacere. Ti sento alla base del collo, e già ti voglio un po’ più bene.

Francesco Trombetti

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