recensioni

Il cerchio silente di Yasmine Hugonnet: una destrutturazione interdipendente

La coreografa svizzera Yasmine Hugonnet è un’artista radicale. Chiare sono – soprattutto – le domande cui risponde attraverso il suo lavoro. Si tratta, appunto, di domande estreme, generatrici di una danza complessa eppure scarna, fatta di pochi movimenti ad alto tasso di gravità. Il suo è un lavoro meticoloso sull’attenzione, tanto su quella del danzatore quanto su quella dello spettatore, e sulle posture, termine chiave della sua ricerca e del titolo del suo assolo del 2015 – Le récital des postures – dove fonde un approfondito studio sulla silhouette e sul ventriloquio.

La Ronde – Quatuor, nuova creazione in prima nazionale alla Biennale Danza 2016, è un quartetto che si muove lungo la linea immaginaria di un cerchio, forma ancestrale per eccellenza di tutte le rappresentazioni umane.
Lo spettacolo inizia con una danzatrice presente al centro della scena già dall’ingresso del pubblico in sala. Frontale, le sue braccia alzate traccerebbero una traiettoria diagonale diretta al soffitto se solo non incontrassero la curva dolce del gomito e quella più repentina del polso spezzato indietro. Il tempo, scandito lento, concede allo sguardo una possibilità di osservazione profonda che è come una meditazione. Se è vero che da un lato possiamo empatizzare con la fatica del mantenere questa posizione per molti minuti, dall’altro quello che realmente vediamo è una catena di articolazioni adagiate le une nelle altre – scapola, omero, ulna, radio, metacarpo – e solidali con la gravità terrestre nello stesso modo in cui una nuca concede al peso del cranio quel misto di controllo e abbandono che possiamo provare quando rovesciamo il capo all’indietro.

©A-L_ Lechat

©A-L_ Lechat

Da questa posa iniziale, la qualità del movimento articolare esordisce millimetrica, ossessiva nel controllo muscolare ipersensibile, misurato ma attraversato da una fessura di sregolatezza che concede al gesto un chiaro segno di umana vulnerabilità. La possibilità di una forma storta, di un’asimmetria, di un tremore, di un lieve cedimento, di un cambiamento delicato dell’espressione del viso, sono queste le chiavi di volta che agiscono sullo spettatore chiamato a lasciarsi andare più che ad assistere a un’esperienza percettiva che stimola il senso dell’empatia.

Dagli angoli della scena coperti da quinte che chiudono il palco in una scatola nera, gli altri tre danzatori raggiungono il centro per formare il gruppo che percorrerà la coreografia circolare che li accoglie e li costringe in una condizione di totale reciprocità. Non c’è quindi confine tra l’inizio del gesto di uno e la fine di quello del corpo che gli si muove accanto. L’altrui presenza è materialità sotto forma di eco, ma imprescindibile. Come in un caleidoscopio, il dispiegarsi di una figura è causa e effetto della successiva. Non c’è musica, ma un silenzio che lasciando spazio a un totale ascolto tra gli interpreti della coreografia agisce come un metronomo. La vertigine della rotazione al ralenti dà vita a una vertigine che non è eccesso di movimento, ma effetto dalle pause che la lentezza dei movimenti provoca. La danza non costella lo spazio di tempi vuoti, ma di fisiologiche attese percettive che attendono l’esaurirsi completo del movimento precedente prima di entrare nel successivo, come un concerto composto da una sequenza di riverberi di note finali.
A questo proposito, chi scrive si chiede come si possa compiere quell’aggiornamento delle modalità di fruizione della danza che oggi risulta essere sempre più necessario per non rischiare che lavori come questo patiscano la non sufficiente disponibilità di attenzione e di ascolto di un pubblico che, anche all’interno di un festival come Biennale Danza, è chiamato all’osservazione – sia essa in teatro o in strada – secondo modalità ortodosse.
Per quanto possa risultare essenziale, quello che emerge nel lavoro di Yasmine Hugonnet è la possibilità dei corpi di farsi espressione dello scorrere del tempo grazie al loro movimento. C’è un ritorno all’origine che è segno di una coraggiosa, radicale discesa in profondità dalla quale emerge un’idea di memoria condivisa che è tale proprio perché l’oblio del singolo trova risposta nel corpo che gli è accanto, generando una proficua, umana interdipendenza.

 

Gaia Clotilde Chernetich

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