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Formazione, informazione, condivisione. Intervista a Robero Casarotto

Continua la nostra inchiesta sul sistema danza in Italia. Molto è cambiato dopo il primo luglio 2014, ovvero da quando è stato applicato il Decreto Ministeriale che ha ridisegnato la ripartizione dei finanziamenti pubblici per lo spettacolo dal vivo. Abbiamo incontrato Roberto Casarotto, direttore artistico del Balletto di Roma e consulente artistico per il programma di danza di Operaestate Festival Veneto per il comune di Bassano del Grappa, festival che si tiene nel periodo estivo in una quarantina di municipalità dell’area veneta tra le province di Padova, Vicenza, Treviso e l’area montana. Nel suo lavoro grande parte è riservata alla progettazione di una cultura che deve potersi confrontare con le altre esperienze europee. Ma come si produce oggi danza? E soprattutto, come si comunica e in che modo si presenta al pubblico?

casarotto

Ci parla della sua esperienza lavorativa?

Mi occupo di programmazione della danza e dei progetti europei legati alla danza per Opera Estate Festival, che con il decreto è stato premiato come festival multidisciplinare. Facciamo capo al comune di Bassano del Grappa che gestisce il festival, ma abbiamo anche una Casa della danza, quindi in generale parliamo di una realtà che lavora 365 giorni all’anno. Siamo fra l’altro l’unica esperienza italiana all’interno degli European dancehouse network, un network che comprende una quarantina di case della danza. All’interno di questa esperienza c’è “Aerowaves”, progetto di rete che sostiene la mobilità degli artisti emergenti, tra cui la stessa Francesca Foscarini che sarà presente qui a Biennale danza con il suo Back Pack.
L’esperienza del festival è attiva su più fronti: quello della formazione, del sostegno alla produzione e anche per quanto riguarda la presentazione degli spettacoli.
L’altra mia identità si lega al Balletto di Roma, da gennaio 2015 sono diventato direttore artistico.
Mi occupo di introdurre linguaggi del contemporaneo all’interno di contesti più tradizionali; per esempio, cerco di portare la compagnia verso una dimensione più internazionale e per farlo metto in atto un processo di formazione che punti alla contemporaneità e all’Europa.

I nostri coreografi e danzatori spesso si trovano a lavorare e formarsi fuori dall’Italia. Come si interpreta questa “migrazione” artistica?

In generale è fondamentale contestualizzarsi in una dimensione geografica almeno europea perché non sempre è possibile identificarsi nella sola realtà italiana. Fondamentale è entrare in contatto con contesti diversi, con nuovi orizzonti sia per quanto riguarda il processo produttivo che per la presentazione dei lavori. Abbiamo un sistema di presentazione che, per come è configurato oggi, dà opportunità molto limitate. Spesso non è molto chiara neanche quale sia la direzione migliore che faciliti il reperimento di “mezzi” o che tipo di politica culturale sia da mettere davvero in atto per raggiungere il pubblico. Questo vale sia per realtà più affermate che per quelle meno conosciute.

Quale è, a suo parere, una buona relazione fra pubblico e danza contemporanea?

Per me è molto difficile generalizzare. Vengo da una realtà come quella di Bassano del Grappa in cui molto si sta facendo per introdurre e coinvolgere la comunità nella danza.
La risposta che c’è stata è stata straordinariamente positiva, incoraggiante a tal punto che oggi ci sentiamo di poter presentare lavori che altre realtà non hanno avuto il “coraggio” di proporre al proprio pubblico. Questo accade quando si pensa che gli spettatori non siano abbastanza “pronti” ad accogliere un certo tipo di esperienze, quindi a comprenderle. In realtà a volte penso che il pubblico sia molto più pronto di quel che pensano gli operatori.
Detto questo, noto forse ancora un po’ uno scollamento tra il programma e la realtà del pubblico. Va chiarito in ogni caso che quello del rapporto con i pubblici  una sfida che interessa sia chi lavora in un contesto di festival sia che all’interno di un centro di produzione…. Credo che, al di là di ogni direttiva, più che formare il pubblico, occorra informarlo su quel che si fa. Bisogna anche dire che ogni area geografica ha le sue specificità e che alcuni territori, per esempio, sono legati a estetiche più “classiche” o semplicemente più “tradizionali”. In altre aree poi è stato possibile introdurre forme espressive diverse, più vicine all’oggi. Si verifica così il fenomeno della pluridisciplinarità. Si tratta comunque di processi dei quali devono rispondere i diversi operatori, più o meno attivi, più o meno coinvolti, più o meno in dialogo con quello che succede nel settore.

I processi di formazione e informazione possono avvenire anche coinvolgendo il pubblico nella realizzazione stessa delle varie esperienze?

Secondo me sono cose diverse. Sicuramente il fatto di sperimentare la danza con il proprio corpo dà un qualcosa di straordinariamente unico, nel senso che è una forma artistica che deve essere incorporata. Non stiamo infatti parlando di un’arte che passa attraverso un mezzo “esterno”, come la pittura che ha bisogno del pennello: la danza ha proprio bisogno del solo corpo di chi la pratica. Mi rendo conto che il saperla proporre e il saper coinvolgere le persone può portare a una diffusione della danza in alcune comunità.
Parallelamente a questo mi chiedo spesso come comunichiamo la danza. C’è stato un periodo in cui si è cercato di trovare delle forme di comunicazione peculiari, ma in alcuni casi questo voler ricercare troppo una forma “precisa” ha reso più difficile la comprensione del lavoro e la condivisione stessa dell’idea di danza. A volte mi sono trovato a leggere schede di spettacolo in cui avevo serie difficoltà a capire di cosa si stesse parlando. Trovavo difficile connettere l’esperienza dell’atto performativo con il saggio concettuale che veniva proposto come mezzo d’ingresso. Bisognerebbe domandarsi: oggi come dovremmo invitare le persone dentro uno spettacolo di danza?
La comunicazione è cambiata e dobbiamo passare attraverso altri mezzi, quindi attraverso altre forme che sono soprattutto i social media. Certo è che questo cambiamento ci porta a un’essenzialità nella comunicazione, sia per il numero di caratteri che ci sono resi disponibili sia per lo spazio in termini di tempo che oggi la gente dedica all’informarsi. Oggi siamo tutti messi alla prova nel cercare strategie nuove ed efficienti, coinvolgenti. Spero che questo si sviluppi in più ambiti. Non è un discorso che deve riguardare solo gli artisti, ma anche chi comunica e promuove, chi fa critica. Mi rendo conto che è un processo non ancora troppo condiviso ma che potrebbe aprire molte opportunità se fosse più discusso, più evoluto.

Come si produce oggi?

Per me è fondamentale non perdere la connessione con il pubblico, sia nel momento in cui si pensa a una progettualità sia nel momento in cui la si sviluppa, sia quando la si comunica a posteriori. Capire dove si va a collocare un’opera e soprattutto come. Credo che sia fondamentale capire in che modo il pubblico può e deve essere coinvolto. Ho la speranza che ci sia la possibilità di immaginare, quindi di proporre il nuovo, qualcosa che magari in certi contesti non è mai arrivato o non è mai stato proposto… occorre cercare un’interazione e un dialogo. A Bassano per esempio stiamo lavorando a Pivot Dance, un progetto in cui sono coinvolti giovani coreografi, giovani produttori e un audience-club ossia delle persone che non avevano familiarità con la danza prima di questa esperienza. Attraverso il progetto sono state inserite in un programma di attività diventando in questo modo un vero e proprio gruppo che fa da referente sia per l’artista sia per il produttore fin dal momento in cui parte il processo creativo. In questo modo non ci si concentra sul solo spettacolo, ma su vari momenti che si articolano tra incontri, dialoghi e confronti. Questo mi sembra un buon modo per “facilitare” l’accesso a nuove opere per il pubblico.

C’è qualcosa su cui è necessario focalizzarsi dopo i provvedimenti presi dal decreto?

Secondo me sarebbe importante riflettere su quello che è successo dopo il primo anno. Si sono innanzitutto definite nuove identità e ovviamente si sono create nuove contingenze. Ognuno ha risposto con le proprie strategie. Credo che un momento di incontro e riflessione tra le autorità e i soggetti che sono stati “travolti”, coinvolti e trasformati dal decreto, sarebbe fondamentale al fine di capire insieme come costruire un percorso condiviso.
Bisognerebbe forse avere la possibilità di creare un contesto per avere un confronto costruttivo in cui ascoltare o ancora meglio mettersi in dialogo. Forse in questa maniera, partendo da riflessioni condivise, sarebbe anche più semplice trovare delle soluzioni. Al momento si assiste a degli interessantissimi incontri ma hanno una natura un po’ sporadica e sicuramente non sono coordinati. Quel che si sente è la mancanza di un’azione condivisa.

Laura Sciortino

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