interviste

Lavorare in rete. Intervista a Anna Lea Antolini

È venuta a trovarci in redazione Anna Lea Antolini, esperta di danza, già curatrice per Romaeuropa Festival e consulente per diversi enti teatrali e festival. Con lei abbiamo continuato la nostra analisi del sistema della danza in Italia. Ecco un estratto dell’incontro.

Può darci un quadro su come il decreto ministeriale 1 luglio 2014 ha ridisegnato la danza italiana?

Posso dirvi intanto quali sono i cambiamenti principali. Il decreto è diventato triennale, come in altri paesi, dove la triennalità ha effettivamente garantito una crescita e una continuità di lavoro.
Un grosso cambiamento è stata la soppressione degli enti di promozione della danza. Credo che quando una società cambia anche gli organismi che si occupano di un determinato settore debbano trasformarsi. Quegli organismi di promozione non rispondevano più alle domande dei tempi. In quel momento lavoravo presso un ente di promozione danza presso la Fondazione Romaeuropa; ero tuttavia assolutamente convinta che qualcosa dovesse cambiare, perché ogni progetto deve evolversi in relazione con il contesto sociale, capendo anche quali sono le domande del pubblico.
Scomparsi gli enti di promozione danza, c’è stato un pushing fortissimo per incrementare la circuitazione, che ha avuto un maggior spazio, una maggiore visibilità e un aumento di fondi. Sono nati i centri di produzione. Ed è stato creato un nuovo capitolo di finanziamento destinato a progetti speciali. Tali azioni speciali hanno in parte raccolto i vecchi enti di promozione danza che si sono accorparti anche con altre realtà troppo deboli per affrontare da soli il nuovo panorama. Alcuni enti invece si sono trasformati in altro: in festival multidisciplinari, rassegne… I risultati di tutto questo li vedremo tra alcuni anni. A oggi penso che il nostro paese nonostante la buona volontà che lo anima è ancora lontano da un vero lavoro sinergico e di squadra: l’Europa, almeno nel nostro settore, è un modello da cui dobbiamo ancora imparare molto.

Come vede il sistema della produzione in Italia?

La produzione è per me in Italia un grandissimo problema, perché sostanzialmente non c’è, se non autofinanziata. C’è una profonda ambiguità, perché spesso si confonde il sostegno con la produzione. Molte residenze d’artista qui in Italia vengono scambiate per sovvenzione o coproduzioni, mentre forniscono “solo” vitto e alloggio. È un nodo che penalizza non poco i nostri artisti. Il territorio italiano è piccolo, ci sono alcune realtà come Anticorpi XL che hanno fatto delle azioni specifiche, lodevoli, per dare piccoli sostegni alla produzione, ma bastano. Per me sostenere un artista, come succede in Francia, è dargli l’opportunità di crescere. Certo, fino a un certo punto, raggiunto il quale deve essere in grado di trovarsi da sé i finanziamenti necessari.
Ci tengo poi ad aprire un capitolo che per me è fondamentale: è necessario pensare progetti con altre realtà, altre strutture italiane e internazionali e puntare primariamente all’ottenimento di fondi europei. L’Europa ha i suoi meccanismi, e anche lì ci saranno problemi, non lo metto in dubbio, ma i finanziamenti comunitari stanno rappresentando, in questi anni di cambiamento, la garanzia finanziaria di molte strutture italiane. Diverse realtà in questo momento di cambiamento non hanno chiuso proprio perché c’era il supporto di fondi europei. Da parte del Ministero c’è stata la volontà di spingerci verso l’Europa, dall’altra parte si è favorita la ricerca di fondi privati che, mi permetto di dire, saranno la nostra soluzione per il futuro.

Ph. Michelle Davis

Ph. Michelle Davis

 A proposito del sostegno delle istituzioni, può farci un esempio italiano virtuoso?

Parlando sempre di danza contemporanea e danza di ricerca, una regione nella quale secondo me si sta lavorando in maniera intelligente e mirata è il Veneto. In Veneto si è riusciti a investire le risorse nei luoghi dove si sapeva che avrebbero fruttato, individuando strutture che hanno dimostrato di gestire i fondi in maniera assolutamente limpida e trasparente. Un esempio su tutti: Operaestate Festival di Bassano del Grappa, dentro il quale segnalo le varie azioni messe in atto da Roberto Casarotto.

 Ultimamente si parla molto di pubblico…

Da tempo sento parlare di audience development. Il problema è che spesso si vogliono ottenere risultati nel giro di una stagione, o addirittura di pochi mesi, qualcosa che assolutamente non condivido… un lavoro sul pubblico, a mio avviso, si sviluppa negli anni. Non si può fare solo con la newsletter, non si fa con annunci e slogan o svendendo la qualità del prodotto artistico, ma con un lavoro serio e capillare sul territorio. Agli spettatori occorre dare gli strumenti giusti per poter operare le proprie scelte in base ai propri gusti. Audience development è prima di tutto dunque lavorare con il territorio, coinvolgere le persone, entusiasmarle e portarle dentro a un percorso che non si esaurisce con la visione di uno spettacolo.

 

Ci sembra di intuire un altro elemento per lei fondamentale: la formazione?

In questo paese i soldi dovrebbero essere investiti nell’educazione e nella formazione, ma ancora non si capisce che puntare sulla cultura potrebbe rappresentare davvero una nota di salvezza. Perché se non si forma il danzatore, il coreografo, se non si forma il pubblico, se non si forma il professionista, l’organizzatore, il direttore, se non si forma il critico, nessuno disporrà mai degli strumenti che ti permettono di capire dove si vuole andare e che cosa veramente interessa. I nostri coreografi, ad esempio, sono quasi tutti autodidatti, non esiste una scuola vera e propria dove studiare, ci sono delle incursioni nel tessuto formativo, si vive di stage e di opportunità. Come questa offerta dal College di Biennale Danza, che è un’esperienza bella e interessante, ma che sicuramente lo sarebbe ancora di più se ci fosse il tempo e la possibilità di svilupparla, lavorando insieme con maggiore continuità.

 

a cura di Silvia Polacco

 

 

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