approfondimenti

Cara danzatrice del College

Cara danzatrice,

ti scrivo dal treno, ripensando a tutto quello che in questi giorni abbiamo visto, alle tante volte che siamo stati di fronte, agli sguardi che si sono incrociati, a “tu” che nello spazio forse non eri del tutto “tu”, o almeno non quella stessa persona alla quale potrei rivolgere la parola se fossimo insieme al bar. Non ci conosciamo, o almeno sono sicuro che tu non mi conosci, però mi hai visto, mi vedi giorno per giorno, in luoghi diversi, seduto in platea, in piedi dietro a chi siede, per terra sullo stesso pavimento che tu calpesti. Ci sono sempre.

Ti ho vista danzare nei campi, all’ultimo piano di un conservatorio, nel foyer di un teatro dentro a un museo, nelle sale dell’Arsenale. Cosa cerchi, in quei luoghi? Cosa ti spinge a metterti alla rincorsa di tecniche, all’ascolto paziente di indicazioni coreografiche, cosa ti spinge a mettere alla prova le tue possibilità, spesso superandole, a volte sbagliando, altre volte incorporando domande e restituendole con una qualità che nemmeno un professionista navigato è in grado di sostenere? Lo chiedo a te, ma è un po’ come se stessi mettendo me stesso di fronte a simili questioni. Che cosa cerco, io, seduto lì di fronte a te? Cosa mi spinge a impiegare frammenti densi di tempo di fronte a qualcuno che parla con il corpo, che si mostra per “frammenti”, che sceglie di estrarsi dal flusso costante della comunicazione mediata, rappresentata, riprodotta e che decide di essere qui e ora di fronte a me, consegnandomi un enigma?

Io ci sono sempre, puoi contarci. Questo mio sguardo vorrei avesse la qualità del “College”, del cimento costante, del dubbio, della debolezza come metodo, contrapposta alle granitiche certezze che ovunque spavaldeggiano, amministrano, coordinano, governano. Questo in te ho trovato, nei giorni trascorsi insieme (anche se tu non mi conosci): ti ho vista metterti volontariamente in difficoltà, quando tutti in giro celano ogni incertezza; ti ho vista sperimentare e cercare, quando tutti si precipitano a comunicare promuovere quello che credono di avere appreso; ti ho vista tracciare quel limite fra la ricerca di una forma (chiusa, perfetta, esatta) e la “nudità” di un esercizio (liquido, aperto, fluente); ti ho vista sostare nelle “crepe” fra questi due poli, mettendo in mostra i vuoti, gli spazi potenziali, mentre tutti altrove siamo impegnati a riempire, occupare, occludere, etichettare.

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Ph Michelle Davis

Adesso mi piacerebbe che, finito il College, capissimo insieme, io e te, come non disperdere queste qualità; come riconoscerle quando le vediamo in atto, per dargli forza, per non etichettarle come errore, come semplice “non-finito”; da due anni, cara danzatrice, ho avuto la possibilità di condurre (insieme a Massimo Marino) un mio college legato alla scrittura e alla comunicazione, questa danza nella città da dove mi stai leggendo. Da qua dentro, mi è sempre più chiaro che “College” (se vuoi puoi chiamarlo “laboratorio”) abbia poco a che fare con la “trasmissione” e l’“insegnamento”, ma si sostanzi nel cedere qualcosa di sé per averne in cambio il tanto che sono in grado di darci gli altri; “laboratorio” è mettersi in secondo piano, “essere un po’ meno io” per cercare di dare forma a questo “noi” che tanto ci servirebbe, sapendo di dovere passare attraverso fatiche lacerazioni innamoramenti. Io ti ho vista fare questo, nella relazione con i tuoi colleghi e con i coreografi, e di questo credo ci sia un bisogno estremo.

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Ph. Isabella Ghiddi

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Ph Isabella Ghiddi

Se ci penso un poco, davvero non trovo tanti luoghi che rendano possibile un siffatto incrocio di identità, dove l’io si tramuta in noi. L’ho trovato guardandoti, capisci quanto sei importante? Tu e la tua ricerca i dubbi gli errori, il girovagare non garantito, l’ansia per il futuro, il nomadismo fra laboratori e spettacoli, le domande senza risposta, le forme che hai trovato ma che devi mettere via per cercarne di nuove, l’Europa le scuole le accademie il Belgio, le discussioni e gli scontri e il ricercare un consenso, sapendo che poi sono il dissenso e lo scontro a fare crescere per davvero. E allora forse vale la pena usarle quelle parole così altisonanti e impervie: l’arte, la politica. Qui si trovano, non altrove. E adesso come ci torniamo, all’altrove?

Un caro saluto, nella speranza di avere presto tue notizie,

Lorenzo Donati

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