editoriali

La danza che verrà. Lettera a Lucio Dalla

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
ho imparato cos’è la danza, la danza che verrà.

Quelli come noi – non prendermi per una presuntuosa, mi accoccolo al tuo fianco solo in virtù dell’amore che condividiamo per l’ebbrezza inebriante della musica –, quelli come noi, dicevo, di danza non sono grandi esperti. Nessuna scuola, nessun plié, nessun poster di Pina Bausch appeso al muro. Quelli come noi impazziscono per i vinili, per i sassofonisti negli scantinati, per le radio accese di notte su canzoni così improbabili e impreviste da risultare bellissime. Siamo quelli che perdono le giornate ad ascoltare la stessa canzone fino a quando non ne sono completamente riempiti, fino a quando non l’hanno conquistata.
Ma ho scoperto che non siamo soli: là fuori, nelle sterminate praterie dell’arte, corrono tanti cavalli impazziti come noi, che si innamorano di un sentimento, un oggetto, un movimento, un suono, un volto, e poi ci ricamano sopra le loro immagini.

In questo stormo selvaggio di idee, i coreografi e i danzatori sono i cantautori dei piedi, sono quelli che anziché trasformare il loro animo in suono lo declinano in movimento. Abbracciano, si esulano, commuovono, sorprendono, commuovono, proprio come fa una canzone. Sono creativi, appassionati, egocentrici, impulsivi, vanitosi, sagaci, geniali, proprio come voi.
Certe volte riescono a costruire dei mondi coerenti e coesi, a creare universi palpitanti di umanità e bellezza, certe volte no.
Ma ci provano. Il segreto è non vergognarsi mai. È questo lavoro intellettualmente operaio di calce e mattoni ciò che contraddistingue un artista da una macchietta qualunque o dal baciato dalla fortuna: la perseveranza, la malleabilità, la capacità di vedere ciò che funziona e ammettere ciò che invece è ancora da lavorare. Grazie a queste capacità di avere visioni, che a volte sono miraggi ma a volte no, che esiste un’evoluzione del pensiero e dell’umano, che nascono i cambiamenti, che si fanno le piccole e grandi rivoluzioni. Bisogna crederci. E allora avrai ragione tu,

E si farà l’amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento…
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

Sperare in un mondo dove la cultura non sia arenata alle colonne dei programmi televisivi, dove le scuole educhino l’orecchio e il movimento oltre che farcire la coscienza, dove le idee contino più delle righe di raccomandazione o del cognome, dove il biglietto per il teatro costi meno di quello del Superenalotto.

Questo festival è stata la condensazione di emozioni, pensieri, saperi, fatiche, nervi, sudori che valgono come un anno di vita.

E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch’io.

Io che, insieme ad altri dodici folli idealisti compagni di strada e di fianco a quegli audaci che di danza vivono o vogliono vivere, abbandono i calcoli perfetti, il football e la noia degli oggetti. E nel silenzio della notte mi fermo e ascolto le cicale delle stelle.

E tra le onde di questa Biennale Danza, tra le lische delle calli veneziane, guardo libellule danzanti piene di sogni; e forse si scioglieranno in questo Arsenale, e forse no, e prenderanno il loro speranzoso volo danzante. E se ballate sulle onde del mare io vi vengo a guardare.

Giulia Zanichelli

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