approfondimenti

Sistema danza. Praticare la diversità, di Cristina Rizzo

Attraverso una serie di dialoghi e interviste cerchiamo di ingadare la percezione del sistema-danza italiano da parte di coreografi e operatori culturali. Ospitiamo a seguire le riflessioni di Cristina Kristal Rizzo, coreografa e danzatrice.

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• Come funziona secondo te il sistema della danza in Italia?

Ho iniziato a lavorare in Italia nel 1994, il sistema non ha mai veramente funzionato, nel senso che negli anni malgrado tante cose siano cambiate e la mobilità del globo ha reso più fluido il circolare d’informazioni e dunque anche delle pratiche e delle teorie legate alla danza, amplificando la conoscenza e l’intelligenza tecnologica dei corpi, siamo sempre rimasti periferici rispetto al resto dell’Europa del nord. Questo è accaduto soprattutto perché non è mai stata fatta una politica culturale concreta e pragmatica a favore dei linguaggi contemporanei. Il momento adesso però è propizio, sicuramente gli artisti stanno mettendo in campo energie nuove e desiderio. Purtroppo da quando è stato applicato il Decreto Ministeriale nel luglio 2014, tutto si è stretto ulteriormente – ciò che nei fatti sta accadendo è abbastanza pericoloso – al di là di creare spazio per una nuova generazione, così detta ‘ emergente ‘ attraverso residenze e bandi under 35, tutto il resto è praticamente immobile o quasi. Si è fatto un decreto su dei parametri di mercato neoliberista e su parametri europei, ma nel nostro paese il sistema danza è ancora molto indietro, nei fatti ciò che sta accadendo non è un rinnovamento della scena, che sarebbe auspicabile ed importante, ma la contrazione di tutto verso un mercato che non esiste.

• Produzione? Circuitazione? Formazione?

È molto difficile, quasi impossibile ormai avere un sostegno produttivo adeguato soprattutto per la mia generazione, è evidente che non si tratta più per noi di essere ospitati in residenze per produrre un solo o al massimo un trio, ma di trovare le risorse per portare avanti una progettualità molto più ampia, che prevede collaborazioni, fasi di studio, ricerca a tutto tondo. I miei colleghi che vivono e lavorano in Belgio, in Francia, in Olanda e in Germania riescono a produrre normalmente ogni anno o ogni due anni, hanno una circuitazione abbastanza ampia nei propri paesi, vengono sostenuti quando fanno le tournée all’estero e non solo con il rimborso dei viaggi ma spesso con una parte del caché, hanno un sistema di disoccupazione che li sostiene nei periodi in cui non lavorano, hanno la possibilità di formarsi quotidianamente nei Centri Coreografici o nelle Università. La circuitazione è adesso ridotta ai Festivals e a pochi altri contesti, i circuiti non hanno mai accolto la ricerca contemporanea considerandola troppo rischiosa e non adatta al proprio pubblico.
Sappiamo tutti che un danzatore italiano per formarsi seriamente e continuativamente è obbligato ad andare all’estero, dove trova strutture e dispositivi di studio aperti alla contemporaneità a tutto tondo, dove può trovare una casa per almeno 4 anni ed incontrare i migliori artisti della scena europea attuale e sviluppare un pensiero critico. Personalmente, sono stata invitata già da due anni a tenere workshops al SNDO di Amsterdam come coreografa italiana ed è stata un’esperienza di trasmissione particolarmente importante. In Italia, ci sono adesso alcune scuole che mi sembrano importanti: La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano, La Scuola del Balletto di Roma, Biennale College a Venezia, il programma di formazione contemporanea di Bassano ed alcuni progetti per giovani coreografi come DanceHub di Anghiari e Choreographic Collision a Venezia. In Toscana sta per partire un progetto di formazione generato da quasi tutte le realtà di danza contemporanea che operano nella Regione, Azione è il nome del progetto e durerà due anni, è stato pensato e generato dagli artisti, ci auguriamo dal prossimo anno di avere un sostegno adeguato dalle Istituzioni così da creare un luogo e non solo un passaggio.

• Spettatori da cercare, “formare”, invitare?

Condivido pienamente la riflessione che ha fatto Roberto Casarotto riguardo al fatto che il pubblico è in grado di guardare tutto e di evolversi consapevolmente.
Credo fermamente che il pubblico sia molto più pronto di quel che pensano gli operatori. La comunicazione in questo momento è molto diffusa attraverso i socials e questo produce un desiderio ed una curiosità molto più amplificata. Non credo debbano essere gli artisti ad occuparsi di formare il pubblico, ma credo che possano rendersi partecipi di scambi e incontri e dialoghi aperti e condivisioni di processi.
Se avessi uno spazio di lavoro, uno studio dove poter andare quotidianamente per intenderci, lo terrei aperto a tutti, a chiunque passa di là e vuole fermarsi a seguire una prova, a guardare un laboratorio o a parlare di arte. Bisogna aprire gli spazi, non chiuderli. Bisogna praticare l’uguaglianza, che significa accettare la differenza, la specificità.

• Cosa è necessario cambiare? Dacci almeno un’idea

L’esperienza umana ha perso la sua supremazia nella costruzione di significati, di politica, di cultura e della società stessa. L’arte non è fuori dalla politica, ma la politica risiede nelle sue modalità produttive, distributive e percettive e dunque credo che dovremmo tutti rivalutare le modalità in cui consideriamo l’economia.
Sicuramente credo anch’io che un momento di incontro e riflessione tra le autorità e i soggetti che sono stati “travolti”, coinvolti e trasformati dal decreto, sarebbe fondamentale al fine di capire insieme come costruire un percorso condiviso e trovare delle soluzioni.
Come artista ho sicuramente bisogno di un sostegno diverso per la mobilità e la circuitazione all’estero, per esempio piuttosto che spendere molti soldi pubblici per fare una Piattaforma della Danza Italiana, penserei ad una modalità di sostegno altra, come per esempio La Francia si muove  progetto che permette agli artisti francesi di essere programmati nel circuito italiano. Di contro vorrei che la danza italiana avesse la priorità nei cartelloni e nei Festivals, ad oggi siamo sempre in minoranza e mai pagati adeguatamente.

 

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