editoriali

Caro amore mio

Caro amore mio,

i giorni qui a Biennale danza si sono ormai conclusi, sono stati 16 giorni di un’intensa e meravigliosa esperienza, che però si sono sommati agli altri che ci tengono separati.
Le cose da fare sono state molte, gli spettacoli che abbiamo visto più di 70. Ogni giorno, ora e minuto della giornata è stato scandito dal picchiettare sulla testiera e i click della macchina fotografica, ma in ogni cosa che facessi, tu eri lì con me. Ho cercato emozioni che potessero compensare la mancanza, senza sostituirla, perché finché la sentivo, riuscivo a sentire ancora la tua presenza. Così ti ho cercato, senza mai trovare una chiara rappresentazione dell’amore, nessuno spettacolo che ne parlasse, nessun abbraccio, nessun bacio, nemmeno una coppia di ballerini sul palco, ma sono riuscita comunque a sentirti e a trovarti, dietro ogni emozione, ogni tramonto e ogni spettacolo che ho visto, rivivendo tanti ricordi.

Come in 13 Objects, difficile da capire davvero, ma di forte impatto, ti sentivi spaesato da quei tredici oggetti in scena, completamente diversi, ma si sentiva che tra loro c’era un legame, era come se fossero connessi e indispensabili l’uno all’altro per esistere singolarmente anche senza entrare in contatto, così come i danzatori che gli davano vita.
Così lontani e diversi eppure così vicini e necessari.

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Camilla Monga – 13 objects. Ph. Davis

Un tentativo d’incontro sono riusciti a crearlo Ninarello e Dan Kinzelman, tra danza contemporanea e musica elettronica. Due arti all’apparenza così distanti e inconcepibili insieme, si sono fuse in modo sublime, generando un momento di vero virtuosismo.
Creando qualcosa d’impensabile, che però ha funzionato.

Ma il vero trionfo di energia e forza da quest’unione, si è scaturito durante il festival grazie a Anna Teresa de Keersmaeker. Ne avevo sentito parlare così tanto, che anche le mie aspettative erano alte, e sono sicura, ti sarebbe piaciuto tremendamente. La musica dal vivo, i ballerini e i musicisti che hanno coabitato la scena in modo esemplare. È stato straordinario.
Come se quella danza e quella musica fossero state destinate a incontrarsi, per valorizzare ed esaltare ancora di più la propria arte, per essere migliori, insieme.

Ne sappiamo qualcosa vero amore mio?

È pazzesco a volte, come le nostre esperienze condizionino le nostre sensazioni, anche difronte ad uno spettacolo.
Uno in particolare, che a quanto pare ha colpito solo me, mi ha riportato alla memoria vecchie riflessioni. Si chiamava Tools for Dance Improvisations di Thomas Hauert. Uno spettacolo un po’ anomalo, perché privo di una coreografia predefinita, anzi, la coreografia veniva creata sul momento dai danzatori, che avevano l’obbligo di lasciarsi andare, affidarsi ai loro compagni e farsi guidare da loro, improvvisando. E si sa che non c’è nulla di più difficile, rischioso e dannatamente emozionante dell’improvvisazione, del credere in qualcun altro, dargli la tua fiducia e per una volta chiudere gli occhi, fare un bel respiro e lasciarsi andare senza sapere quale sarà il prossimo passo.

If you never try you will never know.

È vero, nessuno ha parlato d’amore in questi spettacoli, ma credimi quando ti dico che c’era amore dietro ogni cosa, dietro ogni gesto, dietro ogni sguardo.
È con il tempo, la cura e l’impegno che si si ottengono i risultati migliori…come questa Biennale, come questa esperienza, come noi.

Silvia

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