interviste

In Italia è giunto il momento di iniziare a osare. Intervento di Sciarroni, Gilardino, Fava

Attraverso una serie di dialoghi e interviste cerchiamo di ingadare la percezione del sistema-danza italiano da parte di coreografi e operatori culturali. Ospitiamo a seguire le riflessioni di Alessandro Sciarroni, coreografo e danzatore, in un contributo scritto a “sei mani” insieme a Lisa Gilardino e Chiara Fava, della compagnia Corpo Celeste. 

Immagine di Roberto Foddai

Immagine di Roberto Foddai

Come funziona secondo te il sistema della danza in Italia?

Non abbiamo molti strumenti per rispondere a questa domanda, negli ultimi anni abbiamo lavorato e passato molto più tempo all’estero che in Italia.
Nel 2015, su 99 recite annuali, solo il 10% è stato realizzato in Italia. Per non parlare di prove, residenze, creazioni su commissione, progetti site-specific e workshop. La verità è che in Italia, come tanti colleghi, ci stiamo poco.
Il meccanismo si è innescato in una maniera naturale e spontanea, fissando le date di tour e i progetti di produzione all’estero con larghissimo anticipo (ricordiamo ancora lo stupore quando alla riunione di produzione con la Biennale di Lione per UNTITLED a Bmotion nel luglio 2012 ci chiesero la Prima Francese per settembre 2014: noi non avevamo neanche il calendario per il 2014…), a volte non rimangono disponibilità per date che entrano dopo.
Stiamo ragionando su come aumentare questa percentuale, ci piacerebbe lavorare di più in Italia, anche se spesso è più complicato e faticoso per molti aspetti.
Inoltre avendo scelto di non chiedere contributi, i nostri cachet devono coprire ogni costo del tour (e anche TUTTO il lavoro organizzativo necessario prima e dopo la data) e questo non ci rende molto competitivi a livello di trattativa economica.

C’è poi una questione culturale, in Italia il nostro lavoro, come quello di molti colleghi, viene programmato, salvo rare eccezioni, soprattutto nei Festival che si occupano di “contemporaneo” (che fanno un lavoro straordinario e letteralmente suppliscono a diverse carenze profonde del settore), mentre in alcuni Paesi Europei, come Belgio o Francia siamo inseriti anche nelle stagioni teatrali “tradizionali”, per il pubblico degli abbonati. Questa è una differenza fondamentale, permette al lavoro di crescere artisticamente grazie al confronto con un pubblico diverso e più ampio, di organizzare tournée più lunghe e corpose, di avere una reale circuitazione e ottenere un rientro in termini economici.

Cercando di rispondere alla vostra domanda, la scena italiana ci sembra quanto mai viva, e negli ultimi anni diversi giovani artisti sono riusciti a produrre lavori grazie ai centri che offrono residenze e grazie ai circuiti di promozione e diffusione degli under 35. Alcuni di questi artisti si stanno affacciando nel panorama internazionale. Ci sembra che a volte ci sia un dialogo interessante tra gli artisti e le compagnie, che collaborano, si mescolano, e organizzano fusioni.
In Italia ci sono tanti artisti che fanno un lavoro di altissimo profilo e qualità e ho la sensazione che la danza sia uno dei linguaggi particolarmente prolifici e vivaci in questo momento. Temiamo però che per chi inizia adesso la situazione sia molto complessa.
L’attenzione al contemporaneo viene curata come si diceva, a parte rare eccezioni, soprattutto dai Festival e da piccole realtà indipendenti, che hanno, fra le altre cose, il fondamentale ruolo di creare le condizioni per favorire l’internazionalizzazione dei percorsi artistici. Pensiamo ai festival estivi dove programmatori internazionali possono vedere i lavori e a diverse realtà che portano avanti e fanno parte di progetti europei e network internazionali, sicuramente CSC Bassano è un’eccellenza sul territorio nazionale da questo punto di vista, avendo permesso a molti artisti di confrontarsi con la scena Europea e internazionale in fasi cruciali del loro percorso artistico, non solo grazie al tour, ma dando un respiro alla ricerca e allo sviluppo di un processo artistico e al confronto e dialogo con colleghi e modalità di lavoro di altri Paesi, stimoli fondamentali che non solo hanno permesso un riconoscimento di molti progetti fuori dall’Italia, ma ne hanno arricchito il percorso dal punto di vista artistico.
Alcuni network fanno un lavoro fondamentale e prezioso, come ad esempio alle Azioni Anticorpi che, fra le altre cose, crea brevi ma rari percorsi di formazione per giovani artisti.

Produzione? Circuitazione? Formazione?

La nostra Associazione ha sede nelle Marche e negli anni abbiamo scelto di non fare la domanda ministeriale per diverse ragioni, in primis perchè avremmo dovuto cambiare alcune modalità ed impostazioni di lavoro per adempiere ai criteri richiesti.
E normalmente cerchiamo di fare il contrario, cioè trovare i finanziamenti e i partner adatti partendo dal contenuto artistico di un progetto e dalle sue esigenze.
Ci spaventava anche che la questione dei tempi di pagamento potesse innescare un sistema di ritardi e mettere l’attività dell’associazione sotto stress.
Questa scelta l’abbiamo presa già dal 2007 e quindi non siamo in grado di dare una nostra opinione rispetto a come sia oggi fare la domanda.
Per noi al momento funziona cosi: quando abbiamo un’idea per un nuovo progetto ci mettiamo in moto per cercare coproduttori e partner. In Italia siamo sostenuti dal 2008 da Marche Teatro (già Teatro Stabile delle Marche), che ci sostiene con un accordo di produzione che garantisce una continuità pluriennale, una sorta di “carta bianca”. Poi, a seconda dei progetti, cerchiamo i partner potenzialmente più interessati: negli anni abbiamo ricevuto un sostegno produttivo da Centrale Fies, CSC Bassano, l’Amat che ci ha sostenuti con la piattaforma Matilde, Torinodanza, la Biennale Danza di Lione, il Mercat des les Flores di Barcellona, Le Centquatre di Parigi, il Kunsten Festival des Arts di Bruxelles, la Fondazione d’Enterprise Hermés e altri.
Per completare il piano di produzione e il budget ci rivolgiamo ai centri che offrono residenze (in Italia ce ne sono diversi con i quali collaboriamo da anni: CSC di Bassano del Grappa, Centrale Fies, Inteatro, Festival di Santarcangelo, CSS di Udine …), alcuni dei quali sono in grado di offrire oltre ad uno spazio per lavorare ed un alloggio anche un sostegno produttivo.

Reperire le risorse in questa maniera è faticoso, richiede molto tempo e può essere rischioso, ma questa per adesso è la modalità che corrisponde meglio al nostro gruppo di lavoro, composto da me (Alessandro Sciarroni), Lisa Gilardino che cura sviluppo e diffusione e Chiara Fava responsabile di produzione e amministrazione e rispecchia il nostro modo di lavorare e i nostri valori. Cerchiamo di lavorare in una maniera sostenibile.
Siamo un gruppo di lavoro affiatato e flessibile, ognuno di noi segue altri progetti, io (Alessandro) con creazioni su commissione, collaborazioni con altri artisti o masterclass, Lisa lavora con Motus e insegna, Chiara si occupa di consulenze in diversi ambiti culturali. Questa non esclusività permette di arricchirci e stimolarci reciprocamente, produrre quando c’è una reale urgenza artistica e adattarci a ritmi di lavoro variabili e discontinui.
La nostra associazione si occupa di tutta la produzione esecutiva e investe le energie nella ricerca di risorse e nella diffusione dei lavori una volta prodotti.
Questo per quanto riguarda l’attività di produzione, mentre chiediamo al Ministero dei Beni Culturali un sostegno fondamentale e indispensabile per realizzare alcune tournée all’estero, soprattutto per il Nord e Sud America, dove stiamo iniziando a girare, e quando identifichiamo contesti dove ci sembra importante presentare il lavoro, ma il festival non ha le risorse per pagare i viaggi, penso alla BIPOD di Beirut, per esempio.
Ma non crediamo che questa impostazione sia la soluzione per tutti, dipende davvero dal progetto artistico, dal contesto nel quale si lavora e dalle scelte che corrispondono maggiormente; le cose cambiano rapidamente, quindi magari in un prossimo futuro valuteremo possibilità diverse.

Rispetto alla formazione anche in questo caso vorremmo parlare della realtà che conosciamo visto che sotto il termine “danza” in Italia si raggruppano diversi “vasi non comunicanti” ai quali fanno capo compagnie, critici, festival, workshop che intendono la figura del coreografo e del danzatore in maniera completamente diversa.
Io (Alessandro) sono entrato in contatto con la danza all’interno della rete Anticorpi prima e successivamente grazie ai numerosi progetti europei nei quali sono stato coinvolto negli anni, come Progetto Archeo.S , grazie a MarcheTeatro, Choreoroam, Modul Dance, Performing Gender e Migrant Bodies, grazie a CSC Bassano e a Gender Bender e Apap, grazie a Centrale Fies. Tutte queste opportunità sono state occasioni di ricerca, formazione e produzione preziose e fondamentali.

Spettatori da cercare, “formare”, invitare?

Credo che in Italia i tempi siano maturi per iniziare ad osare. Come artisti ci viene chiesto sempre e comunque di non fare passi falsi, di non scendere a compromessi, di non piegare le nostre poetiche alle logiche di mercato, di avere chiarezza drammaturgica ma di non essere mai banali e di lavorare con interpreti di qualità. Ma allora perché spesso si continua a scendere a patti all’interno delle programmazioni? Perché si continua a chiedere scusa se all’interno di una programmazione si cerca di inserire qua e là qualche progetto più audace? Perché ancora la logica degli scambi?

Cosa è necessario cambiare? Dacci almeno un’idea

Iniziamo col riqualificare la parola “teatro”. Facciamo in modo che non si riferisca ad un genere di spettacolo, ma che stia ad indicare semplicemente un luogo.

 

Alessandro Sciarroni, Lisa Gilardino, Chiara Fava

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