approfondimenti

Riconoscere e sostenere scintille d’invenzione. Intervento di Fabrizio Favale

Attraverso una serie di dialoghi e interviste cerchiamo di ingadare la percezione del sistema-danza italiano da parte di coreografi e operatori culturali. Ospitiamo a seguire le riflessioni di Fabrizio Favale, coreografo e danzatore, fondatore della compagnia Le Supplici.

ph Ilaria Scarpa

ph Ilaria Scarpa

Senza un orizzonte definito a cui andare incontro, il sistema della danza italiano non si emancipa per la semplice ragione che non ha un terreno solido da cui prendere la spinta per lo slancio. Le istituzioni, paradossalmente, forse sono le uniche che in quest’ultimo biennio hanno azzardato una qualche novità, un tentativo di sommovimento tellurico, una volontà di dare una sterzata (pur, probabilmente, e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle proprio in questi giorni… sbagliando mira).
Ma quale terreno solido manca? Ce lo rivela di punto in bianco Trisha Brown, ri-scoperta, come scendesse da Marte, e rivista ora all’ultima Biennale di Venezia: 4 lavori disarmanti, cristallini, insondabili, di nuovo, come è sempre stato. L’avevamo dimenticata? Sì. Ma perché? Per la semplice ragione che Trisha non è di queste parti, e la sua storia, il mondo da cui proviene non è il nostro, italiano, mondo. (Come non lo è quello di Pina Bausch, all’opposto, ma giusto per intenderci). Là, in America, è accaduto qualcosa che qui non è accaduto. Inutile disperarsi; tanto più inutile tentare di emulare (anche se ci si sente un po’ figli suoi, perché magari abbiamo avuto la fortuna di studiare o lavorare negli US…). E qui cosa è accaduto, qual’è il nostro terreno solido, la nostra storia? Nulla, sembra che non ci sia. La storia della danza italiana sembra sfumata, poco chiara, non rintracciabile, legata più a dei singoli che a un movimento compatto. Tant’è vero che i nostri programmatori, direttori artistici di teatri e festival, altrettanto confusamente, vanno perennemente a caccia di qualche coreografo che finalmente ci rappresenti, che rappresenti qualcosa di italiano, anzi, meglio qualcosa di internazionale e che valga per tutti: un passepartout. Sarà tra i giovani? No, forse tra i giovanissimi. Forse tra quelli che hanno studiato all’estero. No, forse tra quelli che sono rimasti. Forse fra quelli già affermati. No, forse fra quelli più anziani… Chissà. Inutile, rassegniamoci. Ma senza storia che si fa? Cosa devono fare, ad esempio, i coreografi che non hanno storia? Inventarsela? Inventare? (E cos’altro è la storia se non scintille d’invenzione?).

Ma naturalmente l’invenzione non basta. A nulla serve la più bella delle invenzioni senza un occhio che la raccoglie e la riconosce. A nulla sarebbe servito Opal Loop se New York fosse rimasta indifferente.
Ed eccoci al nodo del discorso. Forse anche noi abbiamo una storia italiana della danza, ma nessuno la sa riconoscere. Non perché non abbiamo avuto il fronte compatto Brown, Childs, Paxton, Rainer, Tharpe and Co. (che pure è vero che non abbiamo avuto), ma perché non abbiamo avuto occhi esterni (di critici, intellettuali, sostenitori, direttori artistici) che sapessero raccogliere. Anzi, forse abbiamo colto gli albori, e ne siamo rimasti accecati per poter capire che questa era un’altra storia, fatta di individualità certo, che non ha mai fatto fronte comune certo, ma forse non l’ha fatto per la semplice ragione che il fronte comune gli artisti italiani non lo amano perché non gli appartiene come modalità e come sostrato immaginativo (da quanto tempo ci siamo allontanati dalle campagne isolate e dalle lande irsute appenniniche?). E allora quegli occhi esterni si sono confusi, perché tanto più arduo è il compito di chi è chiamato a raccogliere le differenze anziché un fronte comune, una linea, un manifesto. Tanto più difficile è accogliere il multiforme che non l’uniforme, il poli che non il mono. Gli italiani sono politeisti pagani, ma credono d’essere monoteisti cristiani. E così vanno sempre a caccia dell’unico, di uno soltanto (di un sultano?), anziché aprire gli occhi e vedere che davanti hanno una schiera polimorfa bell’e pronta.
Ma allora cosa potrebbero fare, ora (che è troppo tardi?), i direttori dei teatri e dei festival (ma anche i critici e tutti coloro che forse non hanno abbastanza chiaro d’essere gli intermediari, gli incaricati dell’incontro fra artisti e pubblico) che non hanno fatto finora? Smetterla di voler fare i pionieri loro al posto degli artisti (se vogliono essere artisti sono liberi di farlo, naturalmente), smetterla di cercare affannosamente senza vedere ciò che hanno già sotto gli occhi. Sostenere, programmare a tutta forza, riempire le programmazioni di spettacoli, valorizzando ciascun artista al massimo sforzo delle proprie possibilità. Affinare il discernimento, il riconoscimento delle differenze, non approntare calderoni dove dentro c’è un po’ di tutto. Chiedere, informarsi. Chi è lui? Lo conosco davvero? Quale mondo mi vuole indicare? Che effetto ha su di me? Scrivere, intervistare, pubblicare a piena pagina. Raccontarlo, ri-raccontarlo al pubblico, anche se sono quattro gatti sparuti in platea o nelle piazze o nelle scuole. Sì, quattro gatti sono sufficienti! Bjork suona davanti a 3 vecchiette islandesi: smettiamola con questa ossessione dell’accumulo quantitativo anche quando parliamo di persone, cioè di anime, di sensibilità, di caratteri. Sì, servono gigantografie esposte ovunque (non locandine A4, timide, e quasi che forse sarebbe meglio se sparissero scolorite sotto la pioggia), ma non per accumulare gente, ma per fare arrivare le notizie a tutti, senza distinzioni: saranno loro poi a scegliere liberamente (basta con questa follia di voler far danzare tutti quanti: ma perché, se sono un abile falegname, per accostarmi con la mia sensibilità alla danza, per andare a vedere semplicemente uno spettacolo, devo per forza a mia volta danzare pure io? Allora perché non frequentare tutti quanti corsi di falegnameria prima d’entrare nella mia bottega? Cos’ho io in meno di un danzatore?…)

…E poi magari crederci, iniziare ad amare i propri artisti. Amarli veramente. Se continuo a guardare agli incassi del mio botteghino non posso amare fino in fondo chi mi sta di fronte. Piuttosto, se lo amo, vado a fondo con lui. Allo stesso tempo anche l’artista vuole fare spettacolo e si sente libero d’inventare con coraggio solo laddove si sente amato, non laddove teme di non soddisfare uno sbigliettamento… Produzione? Circuitazione? Formazione? Formazione del pubblico? Certo, nella formazione ad esempio, si è smesso di chiamare maestri eminenti da tutto il mondo a formare i nostri ragazzi (l’ultima volta l’ha fatto l’Ater a Reggio Emilia nel 1991!). Eppure… eppure senza una premessa d’innamoramento, queste sono parole che risuonano nella cavità del proprio vuoto.

Fabrizio Favale

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