approfondimenti

Sistema danza. Ospitalità, programmazione, distribuzione per Roberto Zappalà

Attraverso una serie di dialoghi e interviste cerchiamo di ingadare la percezione del sistema-danza italiano da parte di coreografi e operatori culturali. Ospitiamo a seguire le riflessioni di Roberto Zappalà, coreografo e fondatore di Scenario Pubblico di Catania, uno dei tre Centri di produzione danza italiani ai sensi del DM 1 luglio 2014.

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Con il nuovo corso intrapreso dal Ministero riguardo ai Centri di Produzione della Danza si è fatto indubbiamente un buon passo avanti (anche se arrivato con molto ritardo), ma come tutte le nuove rotte avviate è necessario fare esperienza dall’interno, alimentarle con nuove idee e raddrizzarne il corso.
Complessivamente comunque è un risultato positivo quello acquisito, adesso però sta anche a noi contribuire a migliorarne il futuro e queste che state facendo voi sono occasioni di scambio di opinioni virtuose e da promuovere ciclicamente.
In una situazione internazionale anch’essa in crisi, va rilevato che nei paesi, dove la danza “conta” – quindi nelle nazioni con le quali dobbiamo confrontarci – esistono strutture organizzative più chiare nei compiti e più ordinate riguardo alla filiera che va dalla produzione, alla distribuzione, alla formazione, ed è in questa direzione che dobbiamo muoverci.
Intendiamoci, queste stesse strutture non sono certamente esenti da imperfezioni, per esempio non credo ci siano grandi esempi di rotazioni virtuose al loro interno e questo in molti paesi ha creato una situazione di stallo e in alcuni casi anche di omologazione generale che è quanto di più negativo possa accadere nella proposta artistica.
Negativo invece a mio avviso non sarebbe esercitare una “timida” protezione delle compagnie sul territorio di appartenenza (ciò che avviene in diverse nazioni europee) che noi “giustamente“ valutiamo come produttivo e coerente. La protezione consiste in una circuitazione capillare, che per inteso deve essere decisa autonomamente dalle direzioni dei festival, attuando però delle regole percentualistiche di obbligo di invito delle compagnie italiane, affinché si abbandoni la moda esterofila che ci affligge da sempre, d’altronde stiamo salvaguardando anche denari che lo stesso sistema, quello italiano, ci offre e quindi ne dobbiamo tutelare la produttività.

La mia visione è molto semplice: se una compagnia merita di essere sostenuta deve essere messa in condizione di essere ospitata da nord a sud, affinché tutti possano avere la possibilità di valutarne i risultati e solo dopo giudicarne la permanenza nel sistema di finanziamento alla produzione, altrimenti bisogna avere il coraggio di dire che la stessa non è meritevole di sostegno.

Per quanto concerne l’ospitalità, una particolare riflessione va fatta sulle risorse, molte le braccia aperte verso i giovani, azione decisamente importante, non sempre però sono braccia oneste e coerenti ma spesso opportunistiche, se pur a questo proposito la causa si può anche addebitare alle poche risorse messe in campo. Ho la sensazione che alcuni sostengono i giovani non perché veramente credano nel loro talento e quindi lavorando sull’attivazione di un vero supporto di tutti gli apparati collaterali, ma solo perché non hanno le risorse per invitare compagnie più strutturate, e cosi se da una parte non si sostiene la continuità di compagnie con una storia (tranne alcune, e noi siamo fortunatamente tra queste), dall’altra avviene che in alcuni casi ci si dimentica dei giovani molto presto, non appena questi ultimi cominciano giustamente ad avere delle pretese economiche che possano determinare la loro sopravvivenza e la conseguente qualità dei risultati produttivi.
Una particolare difficoltà esiste nel produrre creazioni di medie dimensioni e alla stregua delle “grandi compagnie” europee, produzioni che poi possano essere paragonate per qualità, produttività e per qualità artistica alle stesse del nostro continente.
Non esistono le risorse affinché queste produzioni in Italia possano circuitare, non esistono molte compagnie, gruppi, progetti che si cimentino nel realizzare produzioni con 15/20/25 persone viaggianti (fattore che ovviamente non é motivo di qualità certa), e cosi le produzioni che il pubblico italiano vede, sono per lo più prodotti di piccolo formato proprio per le scarse risorse messe in campo nel settore dell’ospitalità, e non perché i coreografi che producono in Italia non ne siano capaci – settore quello dei coreografi oggi piacevolmente in espansione e in crescita anche per la qualità delle proposte. Tutto questo genera un giudizio negativo generale anche in ambito europeo, che viene attribuito ingiustamente alle produzioni italiane perché non in possesso di spettacoli adeguati ad essere ospitati nei grandi Festival Internazionali, ovviamente tutto al netto del gusto di chi osserva e fa le scelte di cartellone che va sempre rispettato. E oggettivamente ciò che possiamo osservare tutti é che in altre nazioni anche le strutture governative o strutture istituzionali preposte fanno la loro parte nel promuovere all’estero l’attività delle proprie compagnie.

1128_resize_900_550Ultimo, ma non per questo meno importante è il settore della formazione; abbiamo per anni discriminato questo compartimento come meno rilevante abbandonandolo al proprio destino spesso legato a scuole e “scuolette”, per fortuna però negli ultimi anni, anche per merito dei coreografi che hanno ricominciato a dedicarsi alla trasmissione del proprio linguaggio o comunque della loro idea creativa, l’idea della formazione si è allargata ad altri nuclei solitamente poco coinvolti, dando l’opportunità non solo ad un pubblico professionale ma anche amatoriale (di tutte le età), spesso legato alla negazione del corpo, di sentirsi protagonista di questo processo creativo “centripeto”, cercando di far vivere ai corpi una nuova era, che io chiamo nel mio sistema creativo un nuovo umanesimo del corpo. Ebbene questo è ciò che va ulteriormente proposto e inteso come prioritario e quindi sostenuto da risorse pubbliche, questa tipologia di percorso che noi abbiamo intrapreso ormai da 15 anni cioè da quando abbiamo inaugurato Scenario Pubblico, e che ha ottenuto risultati strabilianti con una crescita notevole del pubblico della danza.
Cosa potrei suggerire come idea?
Non credo di essere in grado di suggerirne una risolutiva, ma credo che si possa dare l’idea di qualche azione per la distribuzione e l’ospitalità che sono il perno di tutte le motivazioni che portano anche ad avere una formazione, un pubblico ecc.
Obbligare, attraverso incentivi, a programmare la danza nei cartelloni di prosa e lirica, cosa che ho suggerito già dieci anni fa, ad esempio immettere una percentuale del dieci/quindici percento di presenze di danza, e considerando i grandi numeri che hanno la prosa e la sinfonica la presenza della danza si assesterebbe già da 4 a 6 compagnie per ogni stagione.
Contestualmente a questo, cercare di attuare una forma che possa rendere la danza più autonoma nelle scelte, con la presenza, in tutti i luoghi che la programmano, dalla prosa, alla sinfonica, alla lirica, di una figura proveniente dal mondo della danza o comunque che di quello si occupa da sempre. Questo ci permetterebbe di garantire un’interlocuzione più colta, consapevole ma soprattutto interessata a dialogare sulla progettualità prima ancora che sulla semplice ospitalità, tutto ciò credo oggi molto spesso manca perché chi decide la danza sono registi di teatro o musicisti e tranne qualche esempio virtuoso o di eccellenza non c’è una particolare attenzione al problema della progettualità e del suo percorso all’interno di quella struttura. E poi in una battuta, avete mai visto un coreografo a dirigere un teatro di prosa o un cartellone di musica o di lirica?

Vorrei chiudere questo piccolo capitolo di opinioni, facendo una considerazione sui Centri di Produzione, nuovo pacchetto di cui facciamo parte.
Mi auguro che ci sia in seguito più equità nella distribuzione delle risorse non soltanto considerando i numeri che sono il principale nemico della creatività, ma anche il progetto, la storia e la qualità delle proposte, prestando un po’ più di attenzione a quelle aree più depresse del paese – aree di cui noi facciamo parte – spesso in difficoltà non solo ad esportare per gli enormi costi di spostamento ma per la medesima ragione anche ad importare quindi ad ospitare. Esiste una concentrazione sia di risorse che di eventi al Centro-Nord che non permettono né una crescita di produzione al Sud né la possibilità delle compagnie del Nord di sfruttare un enorme e possibile bacino di utenza che la parte bassa del nostro stivale possiede.

Infine un occhio speciale dovrà rivolgersi alla nascita di altri Centri di Produzione della Danza (continuo a insistere che questo termine preso in prestito dalla prosa non si addice alla danza e alla nostra storia) ma prima bisogna correggere gli aspetti deboli e immettere nuove risorse affinché si possa fare un lavoro adeguato a ciò che oggi parte del mondo della danza si è conquistato.

Roberto Zappalà

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