approfondimenti

Un bilancio. Una proposta. Lettera del direttore artistico Virgilio Sieni

Cari spettatori della Biennale Danza,

vi scrivo questa lettera per provare a fare un primo bilancio a caldo di questi quattro anni di mia direzione artistica e per lanciare qualche proposta su come migliorare lo stato della danza in Italia.

FTrombetti8Ho disegnato, nella mia direzione, un festival internazionale incentrato sui concetti di frammentazione e di trasmissione. Per me è finita l’idea di festival come sequela di spettacoli serali. Il festival deve essere un tutt’uno di rappresentazione e di trasmissione, di formazione, intendendo quest’ultima come veicolo per rifondare la città secondo un processo di studio sui linguaggi del corpo e della danza in relazione con i luoghi.
La trasmissione, appunto, non è soltanto quella del gesto dal maestro all’allievo, ma è anche un tentativo di rifondare la città aprendo la strada a una diversa frequentazione e coscienza dei suoi luoghi. Ma attenzione: quelle realizzate in questi anni a Venezia non sono mai state semplicemente proposte di esperienze di danza in luoghi pubblici, ma vere e proprie pratiche dell’aperto, come diverso orizzonte umano di relazioni, e dell’invenzione utopica di Polis e agorà come dispositivo democratico, scaturente dall’incontro tra le arti del gesto, del corpo, della danza e i cittadini, dalla risonanza tra spazi all’aperto e al chiuso a costruire una geografia inedita partendo dalla frequentazione dei luoghi.
Per realizzare tali propositi ho cercato, incontrato, portato a Venezia alcuni importanti maestri della coreografia internazionale, unitamente a numerosi coreografi e artisti internazionali e italiani, e ho cercato, sempre, di associarli a luoghi specifici perché potessero creare nel College opere originali in relazione anche con gruppi di giovani danzatori. Tutto ciò è stato progettato e realizzato per tornare a parlare di corpo in modo profondo, per sviluppare ricerche legate ai luoghi della città e non semplici eventi.

Quest’anno abbiamo disegnato due poleis: una polis all’Arsenale e un’altra distesa in vari spazi della città di Venezia. Abbiamo inserito la formazione come momento essenziale che si chiudeva con una breve creazione e con l’esibizione in spazi al chiuso o nei campi. In questi ultimi la danza appariva quasi all’improvviso, con strutture “leggere”, e dopo venti minuti scompariva senza lasciare tracce. Mi piacerebbe sviluppare questa idea in venti diverse città italiane che accettino di misurarsi con l’aperto del corpo, allo scopo di creare una geografia di aperture e osservatori nei centri storici e nelle periferie.

Abbiamo introdotto percorsi per giovanissimi danzatori, tra i dieci e i sedici anni, provenienti dalle scuole di ballo. Li abbiamo messi in contatto con protagonisti della danza contemporanea, abbiamo fatto creare con loro spettacoli di notevole intensità. Molti di loro, dal 2012, sono cresciuti e manifestano il desiderio di continuare a cimentarsi con questi paesaggi. Dove potranno farlo in un Paese che non ha scuole per l’arte coreutica di oggi?
In quest’ultima edizione siamo riusciti a realizzare un progetto che avevamo in mente dagli inizi dell’avventura veneziana. Ha preso la forma di Archeology, con un gruppo di lavoro composto di danzatori, sociologi e architetti, che ha percorso vari luoghi della città. È stato un lavoro che ha coinvolto molti cittadini, in una differente visione e esperienza degli spazi urbani.
La grande novità in questi quattro anni, inoltre, è stata l’attenzione alla partecipazione dei cittadini, degli amatori, sempre in direzione di una forte relazione, democratica, del corpo e della danza con i luoghi. Nel 2014, per esempio, abbiamo realizzato i ventisette quadri del Vangelo secondo Matteo. La partecipazione dei cittadini a esperienze di danza durante il festival è aumentata nelle differenti edizioni; gli amatori hanno chiesto sempre di più. Hanno riscoperto i loro corpi e hanno parlato di danza con entusiasmo con altri cittadini, estendendo il pubblico, andando a contagiare altri “spettatori attivi”. Anche quest’anno sono entrati nel lavoro dei College di vari coreografi. Qualcuno di loro addirittura vorrebbe coinvolgere esponenti politici per dare un futuro stabile a progetti di questo genere.
Abbiamo creato in questi quattro anni una comunità di ricerca che comprende ormai più di una quindicina di coreografi italiani e stranieri che condividono alcuni principi. Ed è inutile sottolineare come sia importante sviluppare relazioni a livello internazionale di scambio e di studio tra coreografi. Come dovrebbe essere una questione urgente quella di far nascere da tutto questo lavorio un archivio della danza, un luogo di conservazione della memoria e di propulsione per nuove idee.

 

ph Trombetti

ph Trombetti

Alcune proposte per il sistema-danza
E ora, dopo il bilancio, voglio avanzare alcune idee per migliorare la situazione del sistema-danza in Italia, intervenendo nel dibattito stimolato dal blog “La danza nella città”, scritto dal laboratorio sui social media che ha seguito il festival. Una discussione che ha visto finora vari interventi.
È necessario, secondo me, andare a proporre in Italia un percorso pubblico di formazione ai linguaggi del corpo e della danza in relazione al paesaggio e i beni culturali ossia con la ricchezza culturale del nostro Paese: pratiche nel territorio rivolte alla ricerca, la creatività, lo sviluppo e il lavoro.
Il College della Biennale di Venezia è stato una specie di master: quello che manca, per la danza contemporanea, è una formazione di base condivisa e pubblica. Dopo il primo determinante slancio rappresentato dal riconoscimento dei primi centri di produzione per la danza, dobbiamo puntare adesso sulla formazione e la trasmissione per continuare a costruire, pubblico, artisti, compagnie in sinergia col le risorse sociali e culturali. Solo in questa maniera potrà veramente iniziare un cambiamento generale.
Deve essere istituita per decreto una scuola (almeno una, per iniziare), in contatto con i Centri di produzione; l’attuale decreto ministeriale deve essere allargato con una parte dedicata alla formazione nei centri stessi ai quali deve essere inoltre indicato di costruire geografie di relazioni col territorio individuando e collaborando con luoghi e istituzioni. La danza necessita di tale prospettiva ricercando un pubblico il più ampio possibile.

Che cosa significa fare formazione in un Centro di produzione? Vuol dire trasmettere un sapere coreografico. Da questo punto di vista ci vuole una rivoluzione vera e propria, legata alla partecipazione dei cittadini e a un’estensione dei compiti dei Centri.
Il futuro Centro nazionale di formazione deve indicare iniziative anche rivolte ai cittadini, per rispondere al bisogno di danza, per incrementarlo.
E qui bisogna essere chiari. Non tutti i soggetti possono fare tutto e ci vogliono controlli che impediscano usi non corretti dei fondi destinati alla formazione. Bisogna tornare a parlare di qualità e di bellezza: questi devono essere i criteri che guidano l’attività. Chi si avvicina alla danza, inoltre, deve studiare in modo globale, anche a livello umanistico, sociologico, frequentando la letteratura, la filosofia, l’architettura, la storia dell’arte.
Bisogna creare una consapevolezza del pubblico e della necessità di un nuovo pubblico. Il Centro di produzione non può essere una monade: deve legarsi a un territorio, alla sua storia, alla sua arte, alle sue relazioni sociali… La formazione deve creare anche una geografia dei luoghi, in relazione con i musei, i beni e i centri artistici, i luoghi di ricerca e di studio.

Tutta questa attività attualmente non è prevista dal decreto ministeriale. Noi abbiamo sperimentato varie forme di intervento, come nei Cenacoli fiorentini, così come in tanti altri progetti internazionali e in Italia, costruendo con le massime istituzioni locali dei progetti sulla città. Luoghi, artisti, cittadini impegnati nell’edificazione di una nuova città e di “comunità del gesto”, come in questi giorni si può vedere dai risultati della Biennale Danza e dai progetti a Torino per la regia della Venaria e Palazzo Te a Mantova. Molti cittadini grazie a questo modo di fare danza hanno riconosciuto o addirittura conosciuto per la prima volta la loro città.
Un Centro di produzione deve essere un propulsore di energie, capace di creare vettori di azione nella città.

Bisogna introdurre nel decreto una norma per cui tutti i teatri, di prosa, lirici, centri di danza, circuiti eccetera, possano produrre e ospitare spettacoli di danza, senza le attuali barriere e limitazioni.
Bisogna costituire almeno una scuola di riferimento nazionale sui linguaggi del corpo e della danza in relazione ai beni culturali: in Italia ci sono una sessantina di Conservatori di musica e non c’è un luogo di formazione per l’arte coreutica di oggi.
Bisogna accostare ai professionisti i cittadini e rafforzare l’idea dell’arte del corpo e della danza come dispositivo democratico in relazione ai luoghi.
In un festival come nell’attività di programmazione di uno spazio non bastano gli spettacoli, di produzione e di ospitalità, gli eventi: essi devono esserci, ma hanno senso se trovano risonanza in un contesto più largo.

Un ultimo punto: è importante destinare fondi anche alla costituzione di archivi. Non per accumulare scaffali pieni di materiali morti o dormienti, ma perché la documentazione storica e archeologica della danza è un bene culturale fondamentale per il confronto e per la formazione, per trasmettere memoria alle nuove generazioni, per comparare quello che sarà con quello che è stato.
L’archivio è traccia, raccoglie i gesti, mappa i luoghi, le esperienze attuate attraverso il corpo. Serve ad annotare, preservare, diffondere; per scoprire forme ricorrenti, quasi in senso warburghiano. Ha bisogno di propri fondi e di un proprio personale dedito ad approfondire questi aspetti della danza e a interrogarsi con quali materiali e tecniche diffonderli, ragionando su come la danza non sia disciplina distaccata, ma qualcosa di facente parte dei gesti dell’uomo e delle sue relazioni sociali in determinati luoghi.

 

Virgilio Sieni

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